SENZA L’AZZERAMENTO DELLA CLASSE DIRIGENTE NON C’E’ RICOSTRUZIONE
Anche ieri è stata un occasione persa per la Sinistra avellinese di discutere con raziocinio quel che è successo all’indomani del voto del 13 e 14 aprile. La perdita della rappresentanza parlamentare costituisce il culmine del fallimento della sinistra italiana, dopo la fine del vecchio Pci. A essere spazzata via è stata l'illusione di poter vivere di rendite elettorali, senza un radicamento autentico, senza progetto, con un vecchio modello di partito non più in grado di conquistare la sua posizione nel corpo sociale. Ora il problema della ricostruzione, o meglio della costruzione della Sinistra si fa più duro e complicato.
La presenza di Nichi Vendola, eminentissimo esponente di Rifondazione Comunista, doveva essere una occasione di confronto politico anche con forze politiche, come noi, che provengono dal PRC e che non possono non guardare all’evoluzione, o involuzione, di quel partito. È stata, invece, solo l’occasione per ricompattare la sgangherata quanto grottesca (ex) maggioranza bertinottiana dietro le solite parole d’ordine, vecchi sentimentalismi e pratiche fallite.
La capacità oratoria del Presidente della Regione Puglia ha distolto lo sguardo dai temi principali della discussione. Nel momento del “che fare?” la solita poesia non va più bene. Una nuova sinistra si ricostruisce innanzitutto azzerando i vecchi gruppi dirigenti, responsabili della disfatta, ma soprattutto iniziando a comprendere perché malgrado l'evidenza del problema da risolvere, non solo esso non viene risolto ma si manifesta con maggiore gravità a ogni svolta della vicenda politica italiana. Senza un reale azzeramento della classe dirigente si pone un problema di credibilità per la Sinistra che dovrà nascere. E per questo che l’individuazione dei responsabili non è una caccia alle streghe, ma un atto dovuto, anche nei confronti di chi l’alternativa alla catastrofe l’aveva data più di due anni fa.
Più che di ricostruzione pensiamo sia necessario parlare oggi di costruzione, davvero su basi nuove, di una sinistra anticapitalista e di classe. Il radicamento si è rivelato impossibile perché – nel contesto della globalizzazione e della dissoluzione del movimento operaio del Novecento – privilegiare il solo orizzonte istituzionale e l'eredità burocratica hanno reso vano ogni sforzo. Radicarsi in una società comporta un lavoro lungo e faticoso. Per questo oggi bisogna concentrarsi sul ruolo sociale della sinistra, anche alla luce dell’incapacità di creare quei “canali di dialogo tra la base e le istituzioni” come suggeriva Nichi Vendola. Basti ricordare la manifestazione del 20 ottobre dove si è voluto fare una prova muscolare con il governo senza poi dare uno sbocco politico alla prova.
Nella parte finale della lettera aperta inviata ieri da don Vitaliano Della Sala al Presidente Vendola c’è tutto quello che oggi un comunista, di qualsiasi gruppo o organizzazione, vorrebbe dire a quella classe dirigente: “Signor Presidente, mi dispiace, ma ora non ci fidiamo più di voi. Nemmeno di Lei. La cosa più dignitosa che potete ancora fare, voi burocrati e dirigenti che avete portato la sinistra ad una pesante sconfitta elettorale, è tornarvene tutti a casa, lasciando alla base la possibilità di esprimersi, di riorganizzarsi e di operare concretamente e disinteressatamente.”
Non vogliamo fare nessun processo, voglia discutere seriamente e lavorare, con tutti quelli che hanno in mente una Sinistra nuova, anticapitalista e di movimento, femminista ed ecologista, diversa da quella che è naufragata.
categoria: politica, partito, sinistra critica










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